La Madonna si inchina al covo del padrino, processione shock tra i vicoli di Ballarò

Il boss Alessandro D’Ambrogio è in carcere a Novara ma domenica, a Palermo, la sfilata del Carmine gli ha reso onore davanti al luogo simbolo di Cosa Nostra. La chiesa: “Ancora una sosta anomala”

043255275-93965fe6-88a6-4eb0-9ad2-fb878cbaf2b6 di SALVO PALAZZOLO e GIORGIO RUTA

L’ULTIMO padrino di Cosa Nostra è rinchiuso nella sezione “41 bis” del carcere di Novara, ma è come se fosse ancora tra i vicoli di Ballarò, qui dove due anni fa portava orgoglioso la vara della madonna del Carmine. Domenica scorsa il boss Alessandro D’Ambrogio non c’era. Ma la processione ha voluto comunque rendergli onore: si è fermata proprio davanti all’agenzia di pompe funebri della sua famiglia.

Un uomo di mezza età, con la casacca della confraternita di Maria Santissima del Monte Carmelo, urla: «Fermatevi». E così la processione della madonna del Carmine si ferma, mentre la banda continua a suonare. La vara tutta dorata di Maria immacolata si ferma davanti all’agenzia di pompe funebri della famiglia del capomafia Alessandro D’Ambrogio, uno dei nuovi capi carismatici di Cosa nostra palermitana. Lui non c’è, rinchiuso dall’altra parte dell’Italia, nella sezione “41 bis” del carcere di Novara, ma è come se fosse ancora qui, tra i vicoli di Ballarò.

Questo accadeva domenica, intorno alle 19: la processione ferma per quasi cinque minuti davanti all’agenzia di via Ponticello, tra la gente in festa per l’arrivo della statua della madonna. Fino a un anno e mezzo fa, in questi uffici arrivavano solo poche persone, scendevano da auto e moto di lusso e si infilavano velocemente dentro. Nell’agenzia di pompe funebri dove la processione si è fermata Alessandro D’Ambrogio organizzava i summit con i suoi fedelissimi, ripresi dalla telecamera che i carabinieri del nucleo investigativo avevano nascosto da qualche parte. Ecco perché questo luogo è un simbolo per i mafiosi di tutta Palermo, il simbolo della riorganizzazione di Cosa nostra, nonostante la raffica di arresti e di processi. Ecco perché il capomafia di Ballarò sembra ancora qui: la processione gli rende omaggio nella sua via Ponticello, a due passi dall’atrio della facoltà di Giurisprudenza dove sono in bella mostra le foto dei giudici Falcone e Borsellino il giorno della loro laurea.

È questa l’ultima cartolina di Palermo. Ancora una volta, diventa sottilissimo il confine fra mafia e antimafia. Quasi non esiste più confine fra sacro e profano. Due anni fa, D’Ambrogio portava orgoglioso la vara di questa madonna con la casacca della confraternita. Adesso è accusato di aver riorganizzato la mafia di Palermo, aver diretto estorsioni a tappeto e traffici di droga milionari. Ma la processione continua a rendergli onore.

I tre fratelli del padrino sono tutti lì, davanti all’agenzia di pompe funebri, per accogliere la festa più importante dell’anno. Franco, con amici e parenti. Iano e Gaetano un po’ in disparte. I fratelli D’Ambrogio non sono mai stati indagati per mafia, ma non è per loro che si ferma la processione.

Sembra una sosta infinita, la più lunga di tutto il corteo. Anzi, soste ce ne sono ben poche lungo il percorso. Per i giochi d’artificio o per le offerte di alcuni fedeli. I D’Ambrogio non fanno né fuochi d’artificio, né offerte. Chiedono ai confrati di portare sin sulla statua due bambini della famiglia. Poi, Franco D’Ambrogio saluta con un sorriso. E la processione riprende.

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2014/07/29/news/la_madonna_si_inchina_al_covo_del_padrino_processione_shock_tra_i_vicoli_di_ballar-92633490/

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Ora il “profeta” del Forteto fa cacciare il suo giudice

Incredibile decisione al processo contro Fiesoli per le violenze sui minori nella comunità del Mugello. Il presidente ricusato per avere usato “un tono incalzante” durante le udienze.

1369114805-ipad-309-0 Qual è il segreto della comunità del Forteto, delle sue protezioni, della sua abilità nell’evitare i guai? Il fondatore, il «profeta» Rodolfo Fiesoli, fu condannato negli anni 80 per atti di libidine e maltrattamenti su minori affidatigli, eppure ha continuato indisturbato la sua attività.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato nel 2000 l’Italia per l’affidamento di due bambini con annesso risarcimento da 200 milioni di lire, ma il tribunale dei minori di Firenze ha continuato a inviare ragazzini alla comunità di «accoglienza» sul Mugello. Più di recente, il governo Renzi (in cui siede l’ex presidente di Legacoop) ha negato il commissariamento (richiesto dal precedente governo Letta) della annessa e omonima coop agricola.

L’altro giorno il Profeta ha messo a segno un altro colpaccio. Dall’ottobre scorso egli è sotto processo a Firenze con altre 23 persone per reati sessuali e maltrattamenti su minori, e le drammatiche testimonianze rese in questi mesi dalle vittime del Forteto ne stanno compromettendo la posizione: a Vicchio si predicava e si praticava l’omosessualità sui minorenni in affido per «liberarli dal male», e poi violenze, lavaggio del cervello, sfruttamento. Ora Fiesoli ha ottenuto la ricusazione del presidente del collegio giudicante, Marco Bouchard, chiesta da uno dei suoi legali, Lorenzo Zilletti.

La decisione è destinata ad allungare i tempi del processo e ad avvicinare pericolosamente i termini della prescrizione, che ha già ghigliottinato alcune denunce. Ma il fatto più sconcertante è che uno dei tre magistrati che ha deciso la ricusazione, Maria Cannizzaro, è stata presidente di quel tribunale dei minori fiorentino che spediva disinvoltamente i bambini al Forteto. Il giudice Cannizzaro è addirittura il consigliere relatore di questa ordinanza. Denuncia Stefano Mugnai, consigliere regionale di Forza Italia presidente della commissione d’inchiesta che ha portato alla luce gli orrori del Forteto: «Dai documenti ricevuti dalle vittime di questa vicenda, scoraggiate e umiliate dalla ricusazione, durante la sua attività presso il tribunale per i minorenni di Firenze il giudice Cannizzaro ha siglato lei stessa provvedimenti che hanno avuto come esito l’affidamento di minori» a Fiesoli e compagni. Mugnai ricorda che «il tribunale di Genova avrebbe aperto un fascicolo sull’operato dei giudici minorili fiorentini che hanno continuato imperterriti ad affidare bambini al Forteto malgrado due sentenze passate in giudicato. Da parte delle istituzioni l’ennesimo tradimento alle vittime e uno schiaffo alla verità processuale. Sono indignato».

E qual è stato il grave comportamento che ha svelato la «posizione preconcetta» del giudice Bouchard verso il Forteto? La sua colpa è di avere usato l’indicativo al posto del condizionale nel porre le domande a due imputati. Nella motivazione si eccepisce che Bouchard abbia usato uno «stile colloquiale», un «tono incalzante e assertivo e a tratti insofferente» e che «le contestazioni non sono espresse in forma dubitativa».

«La ricusazione è un fatto mai avvenuto prima a Firenze – dice il consigliere regionale Maria Luisa Chincarini (Centro democratico) -. Persino Berlusconi è mai riuscito a ottenerla in uno dei suoi processi. Sembra proprio che si voglia far di tutto per lasciar sole le vittime di abusi che con tanto coraggio hanno avuto la forza di denunciare quanto subito in decenni di sevizie e malversazioni. Sembra l’ennesima dimostrazione che c’è davvero qualcosa di grosso dietro la vicenda del Forteto». Di segnale «gravissimo e preoccupante» parla anche il consigliere regionale Pd Paolo Bambagioni: «Vedo la precisa volontà di proteggere in qualche modo il sistema Forteto e non andare al cuore delle responsabilità dei crimini perpetrati per anni ai danni di innocenti bambini».

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-profeta-forteto-fa-cacciare-suo-giudice-1040918.html

Cosa fa il Vaticano coi suoi soldi

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Ingenti investimenti immobiliari con proprietà sparse per tutto il mondo, con numerosi edifici posseduti nelle più costose città europee.

Fino all’arrivo di Papa Francesco le finanze vaticane erano sinonimo di oscurità, e ancora oggi è difficile ricostruire con esattezza la situazione patrimoniale della Santa Sede. La Chiesa dovrebbe avere un patrimonio di circa 10 miliardi di euro, con ingenti investimenti in società immobiliari che controllano molti appartamenti in numerose città italiane ed europee.

IL PATRIMONIO DELLA CHIESA – Il quotidiano elvetico TagesAnzeiger dedica un approfondimento al patrimonio della Chiesa cattolica. Il viaggio della testata svizzera tra i beni vaticani inizia da Avenue de Florimont a Losanna, una delle più importanti città elvetiche. In questa via residenziale ci sono diversi caseggiati che hanno un locatore molto interessante, ovvero la Santa Sede. In Romandia, la parte francofona della Svizzera, la Chiesa possiede almeno una dozzina di condomini a Ginevra e a Losanna, controllate da otto società per azioni e due società commerciali, la Profirma SA di Ginevra e la la Divesa SA di Friburgo. Gli investimenti immobiliari in Svizzera sono una lunga consuetudine del Vaticano. La Profirma lavora dal 1929 insieme alla Santa Sede, ed è stata utilizzata per investimenti in tutto il mondo. I primi acquisti di immobili svizzeri sono iniziati negli anni trenta, guidati da Bernardino Nogara, il leggendario banchiere di Dio. La tradizionale misteriosità degli investimenti ecclesiastici iniziò allora, visto che Nogara impose il silenzio sulla destinazione dei soldi della Chiesa.

LEGGI:  Il nuovo Ior dopo gli scandali

LA CHIESA E GLI INVESTIMENTI IMMOBILIARI – Dopo la firma dei Patti lateranensi con cui lo Stato italiano riconobbe la Città del Vaticano, Pio XI assunse Bernardino Nogara per gestire l’importante contributo finanziario assicurato da Mussolini alla Chiesa per risarcirla della spoliazione dei beni ecclesiastici. Si trattò all’epoca di 1 miliardo e 75 milioni di lire, che corrispondono a circa 13 miliardi di euro al potere d’acquisto attuale. Un’importante quantità di denaro che Nogara investì nel mattone così come nei lingotti d’oro, i beni tradizionalmente più sicuri, oltre che in numerose azioni. A Parigi, tramite la Sopridex, la Chiesa controlla molti appartamenti nel cuore del centro cittadino, come ha rivelato recentemente un’inchiesta firmata da L’Espresso citata anche da TagesAnzeiger. Gli investimenti di Nogara a Londra sono la base dell’odierna società britannica Grolux Investments Ltd. Tra i locatari di prestigio della Chiesa cattolica c’è stato il presidente francese François Mitterand, mentre la sede londinese di Bulgari a New Bond Street è di proprietà della Santa Sede.

LA CHIESA E LA TRASPARENZA DEGLI INVESTIMENTI – In Italia la Chiesa cattolica ha fatto ingenti investimenti immobiliari, che appartengono all’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. L’inchiesta dell’Espresso indicava in un miliardo i beni posseduti dalla Chiesa; l’unico dato paragonabile è stato fornito da un rapporto del Consiglio d’Europa sul riciclaggio di denaro, che evidenziava come l’Apsa amministrasse beni per 680 milioni di euro. I rappresentanti del Vaticano spiegano come questi numeri siano frutto di speculazioni, anche se le nuove nomine di Papa Francesco dovrebbero portare ad una nuova trasparenza. L’economista maltese Joseph Zhara è stato chiamato dal pontefice per far parte della Segreteria per l’economia, il nuovo organismo che ha assunto parte delle competenze dell’Apsa e che assumerà la guida delle politiche di controllo in merito alla gestione economica della Santa Sede. Nelle settimane scorse Zhara ha rimarcato come in futuro verranno pubblicati i dati relativi agli investimenti del Vaticano. Parole che preannunciano una vera e propria rivoluzione per le abitudini della Santa Sede. La valutazione del patrimonio immobiliare della Chiesa si aggira intorno ai 10 miliardi di euro, anche se ovviamente questo dato non comprende i beni artistici in suo possesso che sono senza prezzo visto il loro valore inestimabile.

Photocredit foto copertina: AP Photo/Alessandra Tarantino

http://www.giornalettismo.com/archives/1575267/cosa-fa-il-vaticano-coi-suoi-soldi/

Il tesoro del Vaticano vale almeno 10 miliardi

Investimenti in immobili, azioni, oro, valute pregiate. Dall’Apsa allo Ior, la prima mappa della holding pontificia che gestisce in Italia e in Europa il tesoro della Santa Sede. Per la quale si è scatenata un’altra guerra di potere

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Immobili, azioni, oro, valute pregiate per un valore superiore a dieci miliardi di euro. “L’Espresso” nel numero in edicola domani presenta la prima analisi completa degli investimenti della Santa Sede in tutta Europa, radiografata da Emiliano Fittipaldi grazie a documenti riservati e bilanci interni. Spulciando una relazione segreta della Cosea, la dissolta Commissione referente sull’organizzazione della struttura economica pontificia si scopre, per esempio, che «le varie istituzioni vaticane gestiscono i propri asset e quelli di terzi a un valore dichiarato di 9-10 miliardi di euro, di cui 8-9 miliardi in titoli, e uno di immobiliare». Il cuore degli investimenti è amministrato dall’Apsa. Che controlla la Sopridex Sa, proprietaria di immobili di lusso nel centro di Parigi con inquilini famosi come François Mitterrand e oggi ha attività iscritte a bilancio che arrivano a 46,8 milioni di euro. Ma all’Apsa fanno capo anche dieci società svizzere (tra cui la misteriosa Diversa Sa, l’Immobiliere Sur Collonge e l’Immobiliere Florimont) che, insieme alla Profima Sa, gestiscono proprietà e terreni nella confederazione elvetica e in mezza Europa. Tutte insieme valgono 18 milioni.

Investimenti in immobili, azioni, oro, valute pregiate. Dall’Apsa allo Ior, la prima mappa della holding che gestisce in Italia e i Europa il tesoro della Santa Sede. E si scatena una nuova lotta di potere.

Inoltre il Vaticano possiede società immobiliari anche in Inghilterra (la British Grolux Investments Ltd, fondata nel 1933, gestisce oggi a Londra attività per la bellezza di 38,8 milioni di euro inclusi negozi di lusso in New Bond Street) e, ovviamente, in Italia: oltre allo sterminato forziere di Propaganda Fide (ribattezzata Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha un patrimonio stimato, al netto della crisi immobiliare, di circa 7 miliardi), controlla pure le società Sirea e Leonina, che a bilancio valgono oltre 16 milioni.

Il bilancio finale dell’Apsa è impressionante. Case e appartamenti sparsi in Europa nel 2013 hanno toccato il valore complessivo di 342 milioni, ma quello del portafoglio investimenti in euro ha superato la bellezza di 475 milioni, a cui bisogna aggiungere titoli per 137 milioni di dollari, 33 milioni di sterline e 17 milioni di franchi svizzeri.

Il tesoro del papa

Beni per almeno 10 miliardi tra immobili, azioni, oro e valute. Dall’Apsa allo Ior, ecco tutti gli affari della holding pontificia. Per la quale si è scatenata un’altra guerra di potere.

817a0b87c8b4a5b09390d4c2ae24ca96_XL di Emiliano Fittipaldi, da L’Espresso

Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarme e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore», ammonisce Gesù nel vangelo secondo Matteo. Da duemila anni, sostengono gli anticlericali, Santa Romana Chiesa ha sempre interpretato la parabola a modo suo: infischiandosene altamente. Se il denaro è lo sterco del diavolo, in Vaticano sembra valere invece il detto “pecunia non olet”: lingotti e monete d’oro, banconote di ogni valuta, proprietà immobiliari sterminate sono state ammucchiate nei secoli da preti, vescovi e cardinali, e la ricchezza ha assunto proporzioni bibliche.

Se è quasi impossibile quantificarla con esattezza, “l’Espresso” ha letto una mole significativa di documenti top secret e può oggi fare luce per la prima volta su una parte importante del tesoro di Dio e sulla guerra interna che si sta combattendo per metterci le mani. Spulciando una relazione segreta della Cosea, la dissolta Commissione referente sull’organizzazione della struttura economica del Vaticano, si scopre, per esempio, che «le varie istituzioni vaticane gestiscono i propri asset e quelli di terzi a un valore dichiarato di 9-10 miliardi di euro, di cui 8-9 miliardi in titoli, e uno di immobiliare». Leggendo il bilancio mai pubblicato dell’Apsa (l’ente che amministra il patrimonio della sede apostolica) e alcune note confidenziali firmate dal neo presidente dello Ior Jean Battiste de Franssu, si capisce che parte importante del tesoro è nascosto proprio all’Apsa, che a differenza dello Ior non ha mai reso noti i suoi conti. Dopo che uno dei suoi contabili, monsignor Nunzio Scarano, è stato arrestato per riciclaggio, corruzione e truffa, il Santo Padre ha deciso di mettere il naso anche lì. Infine, “l’Espresso” ha trovato anche spese e ricavi di decine di enti pubblicati nel 2013 (vedi grafico a pag. 31): dalla Segreteria di Stato alle nunziature estere, passando per Radio Vaticana e il Governatorato. Leggendo questi i bilanci è evidente che le spese della curia (case, segretari, viaggi, sicurezza, rappresentanza) sono ancora senza controllo.

TRA CASE E CHIESA

La caccia al tesoro inizia da Place Vendôme, nel centro di Parigi. A pochi metri dall’Hotel Ritz, a rue de Rome, una società francese controllata dall’Apsa possiede alcuni tra i più prestigiosi immobili della zona. La Sopridex Sa ha avuto inquilini famosi (come François Mitterrand) e oggi ha attività iscritte a bilancio che arrivano a 46,8 milioni di euro. Il personale comprende «un direttore, tre dipendenti, addetti alle pulizie», e la bellezza di «16 portieri». Ma l’Apsa controlla anche dieci società svizzere (tra cui la misteriosa Diversa Sa, l’Immobiliere Sur Collonge e l’Immobiliere Florimont) che, insieme alla Profima Sa, gestiscono proprietà e terreni nella confederazione elvetica e in mezza Europa. Tutte insieme valgono 18 milioni. «Va ricordato che storicamente il bilancio dell’Apsa sottostima, per questioni fiscali, i valori dei palazzi di sua proprietà», spiega una qualificata fonte dell’istituto che ha sede nel Palazzo Apostolico. «Inoltre quelle svizzere sono società non consolidate: in pancia potrebbero avere molto più di quanto dichiarato».

Se è noto che la società Profima è stata aperta a Losanna nel 1926 e che fu utilizzata da papa Pio XI per nascondere all’estero parte dei “risarcimenti” che la Chiesa ottenne grazie ai Patti Lateranensi stipulati con il regime fascista, la holding Diversa è praticamente sconosciuta. Fondata a Lugano nell’agosto del 1942, mentre si combatteva da Stalingrado ad El Alamein, risulta oggi presieduta da Gilles Crettol. Un avvocato svizzero che gestisce gli interessi del papa Oltralpe: il suo nome spunta quasi in tutte le altre società elvetiche. Fino a qualche tempo fa il referente italiano era invece Paolo Mennini, ex numero uno della sezione “straordinaria” dell’Apsa (quella che comprende investimenti e titoli, la sezione “ordinaria” si occupa degli immobili). In seguito allo scandalo Scarano e a una due diligence sui conti operata dalla McKinsey, gli uomini di papa Francesco hanno deciso di farlo fuori: da qualche settimana al suo posto, nei cda delle società svizzere, è così comparso Franco Dalla Sega, presidente della bazoliana Mittel e manager di fiducia del nuovo boss delle finanze vaticane, il cardinale George Pell. 

L’ORO DI DIO

Ma il Vaticano possiede società immobiliari anche in Inghilterra (la British Grolux Investments Ltd, fondata nel 1933, gestisce oggi a Londra attività per la bellezza di 38,8 milioni di euro inclusi negozi di lusso in New Bond Street) e, ovviamente, in Italia: oltre allo sterminato forziere di Propaganda Fide (ribattezzata Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha un patrimonio stimato, al netto della crisi immobiliare, di circa 7 miliardi), l’Apsa controlla pure le società Sirea e Leonina, che a bilancio valgono oltre 16 milioni. Tra affitti a privati e locazioni commerciali tutte le sigle che fanno capo all’Apsa hanno ricavato nel 2011 circa 23,5 milioni di euro.

Il bilancio finale dell’Apsa è impressionante. Case e appartamenti sparsi in Europa nel 2013 hanno toccato il valore complessivo di 342 milioni, ma quello del portafoglio investimenti in euro ha superato la bellezza di 475 milioni, a cui bisogna aggiungere titoli per 137 milioni di dollari, 33 milioni di sterline e 17 milioni di franchi svizzeri. Un tesoro che vale complessivamente più di un miliardo, e che oggi gestiscono in tre: Dalla Sega, nominato super consulente lo scorso aprile; monsignor Domenico Calcagno, il presidente dell’Apsa assai malvisto da Pell, e il segretario monsignor Luigi Mistò. 
«Se gli immobili dell’Apsa valgono più di quanto riportato in bilancio, anche sull’oro ci sono molte cose che non tornano». Già: leggendo i dati riservati del 2013 si scopre che l’Apsa detiene metalli preziosi per «30,8 milioni di euro una voce che corrisponde a 32.232 once in lingotti e a 3.122 once d’oro monetato… Il valore è diminuito di 12,4 milioni di euro rispetto all’esercizio precedente». Qualcuno, però, sospetta che parte importante delle riserve auree del Vaticano (alcune stime interne della segreteria di Stato da prendere con le molle parlano di un controvalore di 140 miliardi di euro, il doppio di quanto conservato dalla Banca d’Italia) sia conservata nei forzieri svizzeri e in Inghilterra. «La stima mi sembra eccessiva», chiosa ancore il dirigente Apsa: «Anche perché parte cospicua del nostro metallo giallo è stato venduto tra gli anni Novanta e l’inzio del nuovo secolo dal cardinale venezuelano Rosalio Castillo Lara, ex presidente dell’amministrazione».

RANGER SENZA SCRUPOLI

Oltre all’oro dell’Apsa il Vaticano controlla anche il patrimonio dello Ior, valutato 6 miliardi tondi tondi. Non stupisce che sul gruzzolo, dopo l’arrivo del nuovo pontefice, si sia scatenata una battaglia (l’ennesima) per la gestione. Francesco ha innanzitutto spazzato via gli uomini di Tarcisio Bertone che dal 2007 guidavano lo Ior e, attraverso Calcagno, la cassaforte dell’Apsa. Troppi gli scandali della decadente “lobby italiana”: a parte le scorribande di Scarano e le vicende di Bertone (i casi Carige e Lux Vide promettono sviluppi), le inchieste per riciclaggio hanno fatto saltare il direttore dello Ior Paolo Cipriani, il suo vice Massimo Tulli e il tesoriere della banca, mentre presto la prefettura degli Affari economici guidata da Giuseppe Versaldi, amico intimo di Bertone, potrebbe essere soppressa.

Per ricostruire un sistema più trasparente, poi, Bergoglio ha chiamato dall’Australia il cardinale George Pell e lo ha nominato capo di un nuovo dicastero, la Segreteria dell’Economia. Una sorta di super-ministero che controllerà, di fatto, tutti gli enti finanziari dentro le mura leonine. «Pell? È noto al papa per le sue doti di economo (ha gestito con buoni risultati una grande diocesi come quella di Sidney, ndr) e, soprattutto, di comando», ragionano da Santa Marta. Arrivato sotto il cupolone, in effetti, l’ex campione di football australiano ha mostrato subito di che pasta è fatto. Qualche giorno fa ha silurato il presidente dello Ior Ernst von Freyberg (il cerchio magico del papa non lo considerava abbastanza affidabile), e ha rottamato le vecchie strutture di governance. Pell non si fida di nessuno, e ha così accentrato nei suoi uffici tutti i poteri esecutivi: se la segreteria di Stato è stata pesantemente ridimensionata (il successore di Bertone, Pietro Parolin, si occuperà prevalentemente di diplomazia), lo Ior e l’Apsa sono stati commissariati. Le loro funzioni saranno profondamente riformate, e la loro autonomia limitata.

L’australiano ha l’appoggio silenzioso del papa, e finora nessuno ha osato sfidarlo apertamente. Ma sono in tanti a considerarlo troppo ambizioso: se Parolin ha sotterrato l’ascia di guerra solo perché Francesco lo ha ammesso nel C9, il gruppo ristretto di cardinali che devono aiutarlo nella guida della Chiesa, il presidente del Governatorato Giuseppe Bertello sta tentando in tutti i modi di bloccarne l’ascesa. Gli screditati e famelici porporati italiani ipotizzano cordate per salvare il salvabile, ma possono far poco. Tra i nuovi potenti solo Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del C9 e il cardinale Santos Abril y Castelló, appena nominato presidente della commissione cardinalizia dello Ior, hanno provato a limitare il raggio d’azione di Pell. Per ora senza successo.

Anche in Australia sono in molti, soprattutto tra i progressisti, a non vedere di buon occhio la scalata del loro concittadino. Famoso per le sue posizioni ultra conservatrici e le sue sparate pubbliche sull’Islam («È una religione guerresca per natura, il Corano è costellato di invocazioni alla violenza», ha detto) è stato scagionato nel 2002 dall’accusa di aver abusato di un ragazzino di 12 anni durante un campo estivo per chierichetti, mentre nel 2008 un’altra presunta vittima di abusi ha incolpato Pell di aver coperto un sacerdote. Lo scorso marzo il cardinale, infine, è stato chiamato a testimoniare di fronte alla Commissione nazionale d’inchiesta sugli abusi contro i minori istituita dal governo di Camberra, in merito a una causa che un altro ex chierichetto, John Ellis, aveva fatto alla Chiesa e allo stesso Pell in seguito a violenze sessuali avvenute tra il 1974 e il 1979. Nel 2007 i legali del prelato avevano ammesso gli abusi sul ragazzino, ma avevano convinto la Corte d’appello che «la Chiesa non esiste come entità legale». Una decisione che ha permesso alla Santa Sede di risparmiare milioni in risarcimenti. Pell ha chiesto scusa, ma in molti sono restati sconcertati per la sua promozione, e hanno malignato di “un paracadute” offerto da Bergoglio.

ARRIVANO I MALTESI!

Nella giungla vaticana il ranger venuto da Sydney non si muove da solo. Il capo segue i consigli di tre fidati consiglieri: il neo presidente dello Ior, Jean Battiste de Franssu; il tycoon maltese Joseph Zahra (entrambi membri del Consiglio dell’Economia, l’altro neonato ufficio economico guidato da Reinhard Marx); e l’amico Danny Casay, manager che ha gestito con lui la diocesi di Sydney. Sono loro gli esponenti di punta che gli sconfitti, i vecchi cardinali di curia, chiamano la banda dei maltesi. A fine giugno un’inchiesta de “l’Espresso” aveva segnalato il rischio di qualche conflitto di interessi tra i nuovi custodi dei business di San Pietro. L’unico membro italiano chiamato a far parte del Consiglio dell’Economia si chiama Francesco Vermiglio e ha fondato con l’amico Zahra (patron del colosso finanziario Misco Malta) la Misco Advisory Ltd, una joint venture per invogliare i nostri connazionali a investire nell’isola fino a pochi anni fa vero paradiso fiscale. A marzo 2014, inoltre, il figlio di de Franssu, Luis Victor, è stato assunto dalla Promontory, società Usa che da un anno sta spulciando i conti dello Ior. Ma il numero uno dell’Ior pare abbia buoni rapporti anche con alcuni giovani consulenti della Mckinsey che hanno lavorato sui bilanci dell’Apsa. Tra loro c’era pure Filippo Sciorilli Borrelli. Classe 1981, è un figlio d’arte: suo padre Ivo è infatti tra gli azionisti di maggioranza di Banca Arner, l’istituto svizzero che ha tra i suoi (pochi) correntisti Silvio Berlusconi.
«Non c’è nessuna lobby maltese», ha ribattuto Pell, indignato. Sarà. Di certo sono proprio i finanzieri de Franssu e Zahra – titolari di società di investimento – ad aver ideato i nuovi assetti e le nuove strategie per gestire gli affari. Come risulta da un documento riservato del 6 marzo e da loro firmato, la coppia aveva ipotizzato uno schema (pubblicato a pag. 28) che rispecchia in gran parte quello annunciato da Pell in una conferenza stampa qualche giorno fa: potere assoluto della Segreteria dell’Economia, Apsa trasformata in Banca centrale, nascita di un nuovo Vatican Asset Management (Vam) per gestire titoli e obbligazioni.

TANTO PAGA FRANCESCO 

Nelle mire di Pell c’è anche un altro patrimonio della Santa Sede: i musei vaticani, tra i più viusitati e redditizi al mondo: nel 2011 l’utile netto è stato di 58,7 milioni, e gli incassi (tra biglietti e merchandising) superiori a 91 milioni. Analizzando i bilanci degli altri enti, però, il buon risultato dei musei sembra una mosca bianca. A causa delle spese della Curia romana (costata l’anno scorso 77,9 milioni!) l’Apsa ha chiuso il suo bilancio in perdita di 48,4 milioni. Solo il contributo della Segreteria di Stato, ha permesso alla fine un piccolo utile fittizio. Se l’Obolo di San Pietro grazie alla beneficenza dei fedeli nel 2013 ha portato nelle casse 78 milioni, la mitica Radio Vaticana ha perso, secondo un report interno pubblicato nel 2013 e riferito al 2011, ben 26,6 milioni. Anche la tipografia che stampa “L’Osservatore romano” ha chiuso i conti a meno 5,5 milioni. Un salasso, a cui aggiungere il deficit delle 170 nunziature all’estero (meno 25,1 milioni) e i 5,8 milioni che servono a pagare le 110 guardie svizzere. Chissà, infine, se la spending review minacciata da Pell peserà anche sulle messe di papa Francesco: nel 2011 l’Ufficio celebrazioni liturgiche ha speso per Ratzinger 1,1 milioni. Viste le dimensioni del tesoro di Dio, si tratta poco più di una mancia. 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-tesoro-del-papa/#.U9YkVZf9W6c.facebook

Allo Ior scoppia il caso del fondo «Optimum ad Maiora»

«Beh, due errori molto gravi sono nominati nel rapporto dello Ior: Lux Vide e gli investimenti Optimum ad majorem (220 milioni di euro). Sono nel rapporto». Parola del cardinale australiano George Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia, il nuovo superdicastero economico del Vaticano.

317044-650x491 CITTÀ DEL VATICANO – «Beh, due errori molto gravi sono nominati nel rapporto dello Ior: Lux Vide e gli investimenti Optimum ad majorem (220 milioni di euro). Sono nel rapporto». Parola del cardinale australiano George Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia, il nuovo superdicastero economico del Vaticano. Il porporato ha citato espressamente questi due «affari» – decisi dal management precedente dello Ior, l’Istituto per le Opere di Religione, e considerati inopportuni dalla nuova leva che ha preso il comando dell’istituto – in una recente intervista al periodico dei gesuiti statunitensi «America». Con il suo consueto piglio schietto, il porporato australiano non ha usato parafrasi: «Two very serious mistakes», due errori molto gravi. Le due vicende, in realtà, filtrate sulla stampa, non erano ancora state chiamate per nome da un cardinale. Sebbene, fra le righe, siano effettivamente presenti nel rendiconto pubblicato a inizio mese dallo Ior, il documento che certifica un crollo dell’utile netto passato da 86,6 milioni di euro (2012) a 2,9 milioni (2013).

Il primo caso è quello più noto. E’ tornato a spiegarlo il principale accusato della vicenda, il cardinale Tarcisio Bertone, la scorsa settimana. L’investimento dello Ior nella società televisiva Lux Vide di Ettore Bernabei, quella che produce ad esempio «Don Matteo», è stato «un processo lungo di studio e di discernimento che è iniziato fin dal 2009 e che è giunto a conclusione nel dicembre 2013, quando – ha detto in un’intervista a ‘Zenit’ l’ex segretario di Stato – durante la riunione congiunta della Commissione cardinalizia di Vigilanza con l’Assistenza del Prelato e il Consiglio di Sovrintendenza (dunque di fronte agli organi dirigenziali dello Ior) con parere favorevole ho presentato la proposta di collaborare con la Lux Vide per le sue produzioni di fiction e di veri e propri film a ispirazione biblica e cristiana, a sfondo educativo e aderenti ai progetti ecclesiali di evangelizzazione». L’approvazione di questa proposta «ottenuta unanimemente»«è stata messa a verbale», rivendica Bertone. «La Lux Vide è una società rilevante nel panorama della comunicazione nel settore cinematografico e televisivo aventi le caratteristiche che ho detto. Ricordo– è l’autodifesa conclusiva di Bertone – che lo stesso fondatore dell’Ior, Pio XII, aveva finanziato presso l’Istituto Luce la produzione del film ‘Pastor Angelicus’».

Della vicenda parlò per primo il «Fatto quotidiano», l’anno scorso, tirando in ballo il nome di Marco Simeon, tuttofare di Bertone all’epoca. Poi, più di recente, la tedesca «Bild Zeitung», scrivendo dell’intenzione di Bertone di aiutare finanziariamente la società televisiva. Ora della Lux Vide, pur non nominata, si trova traccia nel rendiconto Ior 2013, laddove vengono annoverati «oneri netti» pari a 14,4 milioni di euro (nel 2012 erano solo 4,7)«che comprendono una cessione a titolo di liberalità di titoli pari a EUR 15,1mio in favore di una fondazione della Santa Sede». Le azioni in cui la iniziale obbligazione Lux Vide sono state convertite, infatti, sono state trasferite dallo Ior alla fondazione Scienza e Fede con relativa perdita, nel bilancio dell’Istituto per le Opere di Religione, di oltre 15 milioni di euro.

Meno nota la seconda vicenda a cui fa riferimento il cardinale Pell. Si tratta di uno strumento di investimento (Ad Maiora) del fondo di asset management Optimum, con sede in Lussemburgo. Fece accenno a questa vicenda un articolo dell’Espresso, che, citando un documento interno dello Ior, raccontava che il vecchio management era arrivato ad investire «fino a 230 milioni di euro» in questo fondo, tramite una società di consulenza milanese, Ecpi, con clausole di contratto molto impegnative (durata illimitata, commissioni molto alte). Il nuovo management dello Ior, guidato dal presidente tedesco Ernst von Freyberg, che in queste settimane sta passando le consegne al suo successore Jean-Baptiste de Franssu, francese esperto di asset management in carica dal nove luglio, nel 2013 ha deciso di sganciarsi da questa intermediazione, giudicando questo tipo di investimento troppo esoso e rischioso.

Del costo di questa operazione di «de-risking», costata sinora quasi 30 milioni di perdite non realizzate, si trova traccia – anche in questo caso senza riferimenti nominali espliciti – nel rendiconto 2013. Laddove si legge che la voce «risultato netto di negoziazione», pari a una perdita di 16,5 milioni di euro (nel 2012 il risultato era stato positivo per 51,1 milioni di euro), «tiene conto», tra l’altro, di «significative rettifiche effettuate sui fondi di investimento gestiti da terzi per EUR -28,5mio, sottoscritti nel 2012 e all’inizio del 2013» (oltre ad altri motivi, come il deprezzamento delle riserve auree di 11,5 milioni a causa dell’andamento della svalutazione dell’oro). «Non abbiamo nulla contro il fondo Optimum, ma abbiamo assunto una politica di investimento diversa dal passato», si limita a dire il portavoce dello Ior Max Hohenberg.

Tra i fattori che pesano negativamente sull’utile netto dello Ior nel 2013 (peraltro risalito già nel primo semestre del 2014), vi sono, come è noto dalla pubblicazione del rendiconto, altre voci, a partire da interventi straordinari (l’Istituto vaticano è intervenuto nella vicenda del buco di bilancio della diocesi di Terni, realizzando un «deprezzamento di 3,2 milioni di euro») e «i costi operativi», aumentati, rispetto al 2012, di 8,3 milioni di euro a causa dei «servizi professionali necessari alla riorganizzazione e alla riforma dell’Istituto».

Nel report del 2013 non vi è traccia, invece, di un investimento in Carige, che per altri motivi ha suscitato la curiosità della procura di Genova, perché l’operazione si sarebbe conclusa senza straschichi: la banca genovese, ricorda l’ufficio stampa dello Ior, emise una obbligazione convertibile di 391 milioni di euro, l’8 marzo 2010 lo Ior acquistò un importo di 100 milioni. Poi, nonostante la scadenza del convertibile fosse a marzo 2015, nel maggio 2011 lo Ior vendette l’obbligazione che venne ricomprata dall’emittente. Lo stesso mese, peraltro, lo Ior acquistò 610mila azioni, per circa un milione di euro. “Visto che, nel corso del 2012 (…) la partecipazione in Banca Carige ha subito una significativa e prolungata riduzione di valore al di sotto del costo storico, si è provveduto ad effettuarne la rettifica di valore”, si leggeva peraltro nel rendiconto del 2012. “Tale rettifica di valore, per un controvalore di 528 mila Euro, è stata iscritta nella voce di Conto Economico ‘Impairment losses'”.

http://economia.diariodelweb.it/economia/articolo/?nid=20140727_317044

Santa Teresa, don Pasini si dimette

L’addio dopo l’inchiesta della Procura che vede indagati per truffa l’ormai ex direttore e il coordinatore amministrativo

image (3) di Lorenzo Priviato

Ravenna, 25 luglio 2014 – “Non commento”, e butta giù il telefono. Una, due volte. Appare seccato, don Paolo Pasini. Diverso approccio rispetto a quello del sacerdote che l’ultima volta aveva accettato di raccontare con serenità quanto stava accadendo all’interno dell’opera Santa Teresa, l’inchiesta per truffa ai danni di un anziano che ha portato la Procura a indagare il direttore, don Pasini appunto, e il coordinatore amministrativo, Lorenzo Selmi: un laico che arrivò da Modena con l’ex vescovo Verrucchi. Don Paolo — con l’onestà che si chiede a un uomo di fede — aveva ammesso che c’erano stati errori.

Truffe mai, un’accusa troppo grande. I tanti attestati di stima non sono bastati. Ma la decisione, forse anticipata già durante il consiglio di amministrazione di martedì scorso, era nell’aria. Il religioso si è dimesso dalla carica di direttore che ricopriva dal 2010. L’omelia del vescovo Lorenzo Ghizzoni, durante la messa nel giorno di Sant’Apollinare, l’aveva fatto intuire. In un lungo discorso quasi interamente dedicato a Santa Teresa, pur ringraziando don Paolo Pasini, elogiandone la «grande passione, la serietà e la lealtà», Ghizzoni aveva parlato della necessità di compiere «un salto di qualità nell’ordinamento delle persone, dei compiti, dei servizi e nei rapporti con le realtà esterne». E pregato il santo patrono al fine di un «intervento speciale», quello di aiutare la Chiesa a «prendere per mano l’Opera Santa Teresa, per ripartire con lo stesso spirito e la carità che animò il fondatore don Angelo Lolli».

‘Ripartire’ è la parola chiave nell’omelia dell’arcivescovo. Non si sa se le dimissioni di don Pasini siano del tutto volontarie o in parte accompagnate. Di certo monsignor Ghizzoni, che già aveva dovuto affrontare lo scandalo don Desio — il sacerdote di Casal Borsetti accusato di atti sessuali su minori — ora è più che mai deciso a voltare pagina. Come? Intanto separando in maniera netta l’aspetto spirituale del cottolengo più amato dai ravennati da quello amministrativo. Religione da una parte, gestione dei patrimoni dall’altra. Non si tratta solo di trovare un nuovo direttore, ma di cambiare radicalmente impostazione. Proprio un problema di natura patrimoniale ha innescato l’indagine dei carabinieri, coordinata dal procuratore capo Alessandro Mancini, che ha visto finire sul registro degli indagati direttore e amministratore dell’opera pia.

Nel mirino è finita un’operazione immobiliare non andata a buon fine, quella di un edificio comprato con i soldi — 150mila euro — di un assistito. Santa Teresa aveva chiesto al giudice tutelare di poter compiere l’investimento, ma questi a un certo punto lo ha stoppato, ravvisando anomalie. Una situazione che ha creato forte imbarazzo e dispiacere negli ambienti della chiesa. E che ha suggerito allo stimato direttore, dopo un breve periodo di riflessione, l’opportunità di cedere il testimone.

Lorenzo Priviato

http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/don-paolo-pasini-santa-teresa-1.77775